fabiodedonno

le variazioni implicite

di carmen de stasio

Incastrati tra la (tras)figurazione del reale e la materia dell’immaginazione, le multiformi opere di Fabio De Donno si configurano in una sintesi complessa di cartoon, poesia visiva e collage di fulminei voli fantastici.
Favoleggiante pur contraendosi in situazioni inglobate in una realtà che media dal sogno, l’artista esplicita una metafora mutevole dai colori che vivacizzano una condizione attenta, dal carattere puntuale e fortemente intellettuale. Per ciascun aspetto con il quale si confronta l’artista garantisce una presenza decisiva perché l’osservatore possa sentirsi parte integrante dell’opera stessa, come interprete di segni non detti, inconsueti, enigmatici, assurdi. A tal riguardo gioca un ruolo rilevante una scrittura che è essa stessa linguaggio tecnico specifico che coglie all’unisono l’impeto onirico-immaginativo con il desiderio di illimitate conversazioni con un dentro-fuori costante, nel quale né spazio né tempo, né vistose, supponenti e rigorose esplicitazioni trovano collocazione logica. Nell’incessante e fragoroso gioco di immagini la didascalia che accompagna ogni creazione mira a rendere labirintica l’interpretazione degli atti che compongono le simulazioni per allontanarle da un presunto verismo narrativo. Ne risulta una compostezza ironica che filtra attraverso la semplicità della forma pensata e realizzata mediante l’intervento strategico di microstrutture, commistioni, misurazioni intrecciate in un collage mimetico, in cui la natura compare come condizione condizionata, resa artificiale nel cromatismo gioioso e deciso insieme, soprattutto per la simultaneità nella visione.
L’accesso facilitato al mondo della creatività deve molto alla specialità grafica dell’artista - ottimo e ricercato fumettista - il quale integra le sue elaborazioni con l’assimilazione e la manipolazione percettiva del visto-vissuto-pensato. Ancora, dalle arti visive – prime tra tutte il cinema - egli media la sovrapposizione di momenti come applicazione di una conoscenza semiologica, quale ricerca psicologica in riferimento ai soggetti che si animano nella plasticità del momento di meditazione e che al contempo rifuggono da un’ossequiosa manifestazione del vero nel vero.
Si tratta di un vero e proprio linguaggio dell’abbondanza di significanti, che lascia in sospensione la categorizzazione dell’espressione e che, pertanto, risulta intellettuale e non infantile nella versatilità sottolineata dall’uso dei materiali diversi che intervengono a confrontarsi con le forme dell’opera. Dalle condensazioni visive di Fabio De Donno scaturisce la sensazione di una nuova geografia di luoghi ed soggetti che condizionano – consapevolmente o no – l’attualizzazione delle circostanze, che conferisce al nuovo contesto una vibrazione dalla logicità unica.
Tutto dunque assolve alla recitazione di un attimo che si conclude nella definizione di una macchina che affonda le radici nell’osservazione delle tematiche sociali, ambientali, riconducibili ad istanti ed eventualità definibili come anti-artistici per la presenza di esasperate geometrie dalla prospettiva personalissima. Sono questi tratti che Fabio De Donno confeziona in una nuova gradualità esistenziale, tanto da dividere in livelli intersecanti e contigui a-prospettici la sua opera, in cui similmente convivono situazioni mimetiche del reale, segni di dissacrazione e un’esagerazione cromatica pungente e invadente che mira a calibrare nuovi equilibri nell’incessante interazione-mescolanza di sensibile ed emozionale.
Anche la rifinitura esterna - ivi compresa la cornice - risponde ad una pura e semplice esigenza formale e non trattiene l’idea, tanto da indurre a definire il quadro come scenetta di poesia stilizzata, rumorosa, anti-statica e anti-celebrativa. Anti-poetica e anti tutto ciò che possa scadere in reverenze e venga a turbare il senso di libertà che scaturisce da una sottile complicità degli elementi contenutistici, complementari-dissonanti, che in ogni caso nientificano la retorica mediante l’investigazione di situazioni lasciate in autonomia per interagire con la variabilità degli ambienti.
L’osservatore che vaga alla ricerca di segnali e messaggi chiarificanti viene dunque spiazzato da una strategia che assolve al desiderio di portare l’individuo a misurarsi sempre con gli opposti, nell’avvicendamento di momenti significativi configurati come storie ordinarie che assalgono la tela e lo sguardo per divenire arte corrispondente ad un atto intellettuale di manipolazione del vero trasmigrato in nonsense.


15/06/2011
carmen de stasio

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